Per i profughi servono i fatti, non le parole

Più fatti e poche parole per i profughi, questo è il monito lanciato dall'ong Save the Children che dichiara senza mezzi termini la lentezza decisionale dell'Unione europea: "Il ricollocamento stabilito è un primo piccolo passo ma serve molto di più, l'Europa ha l'obbligo giuridico e morale di proteggere chi fugge da guerre e persecuzioni"



"L'Europa ha un obbligo giuridico e morale di proteggere i profughi, soprattutto i minori migranti non accompagnati a rischio di abusi, sfruttamento, violenza. Il piano di ricollocamento è un passo nella giusta direzione, ma non è sufficiente se si considera la quantità di persone che cercano di raggiungere le nostre coste. Il ricollocamento e le altre misure concordate devono essere realizzate al più presto mettendo gli interessi dei bambini, e in particolare di quelli soli, al primo posto, dalla registrazione al ricovero temporaneo, all’assistenza sanitaria. Ai rifugiati bisognerebbe inoltre garantire vie d’accesso all’Europa sicure e legali, aumentando in modo consistente il numero di reinsediamenti per proteggere i più vulnerabili.” Commenta così l’esito del vertice Ue di ieri sera Raffaela Milano, Direttore dei Programmi Italia-Europa di Save the Children, l’organizzazione internazionale che dal 1919 è dedicata a salvare la vita ai bambini e a tutelarne i diritti.



“C’è bisogno immediato di risposte concrete e non di parole. Proviamo ad immaginare cosa stanno vivendo in questo istante migliaia di bambini e le loro famiglie, arrivati in Europa in condizioni disperate, scampati alla morte in mare e ora lasciati a se stessi, senza assistenza o stipati in strutture di accoglienza spesso disumane”, aggiunge Milano. “Per quanto riguarda il controllo alle frontiere, Save the Children è estremamente preoccupata per i bambini che si trovano in situazioni di caos dovute alla chiusura dei confini da parte di alcuni paesi europei. Migliaia di minori, anche piccolissimi, sono costretti a dormire all’aperto, esposti al rischio di ammalarsi o di essere vittime di trafficanti, violenze e sfruttamento.”
“Rispetto agli interventi nei paesi di origine dei profughi, sollecitiamo da tempo maggiori risorse economiche e un incremento di fondi da destinare ai paesi confinanti con la Siria. I tagli agli aiuti alimentari in Giordania, ad esempio, hanno spinto molte famiglie siriane ad attraversare il mare a bordo dei gommoni per raggiungere l’Europa, e anche questo ha contribuito a far sì che i rifugiati siriani rappresentino un terzo degli arrivi nel continente. Se i genitori rischiano consapevolmente la vita con i loro bambini anche piccolissimi è solo perché considerano questo tentativo più sicuro della situazione che cercano di lasciarsi alle spalle.”

Secondo le stime di Save the Children, dal 1 gennaio al 22 settembre 2015 sono arrivati in Italia via mare 128.000, di cui almeno 17.750 donne e almeno 12.950 minori (3.770 accompagnati e 9.180 non accompagnati) che provengono per più della metà da Eritrea (3.324), Siria (1.821) e Somalia (1.191) e da altre aree di grave crisi alimentare, povertà o violenza.

Save the Children chiede all’Europa in particolare di:

1. Proseguire le operazioni di salvataggio in mare, perché salvare le vite umane resta la priorità

2. Dare vita ad un sistema di accoglienza e protezione europeo, con standard che assicurino il rispetto dei diritti umani e della dignità e con una particolare attenzione dedicata ai bambini, i più vulnerabili

3. Impegnare i Paesi Europei in un intervento organico di riallocazione dei profughi che giungono in Europa e di re-insediamento di profughi direttamente dai paesi di origine o di transito, accogliendo ad esempio, nel caso della Siria, almeno il 5% dei rifugiati.

4. Attivare strade sicure e legali, alternative ai trafficanti, per ottenere diritto di asilo in Europa, attraverso visti umanitari, il potenziamento delle procedure di ricongiungimento familiare, sempre a tutela del superiore interesse dei minori, scongiurando il ricorso a forme di detenzione, deportazione o respingimento

5. Intervenire sulle cause primarie della crisi, rafforzando gli aiuti e la cooperazione e l’impegno diplomatico per la soluzione negoziata dei conflitti in Siria, Libia e in altri paesi.


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