Presentati al sindaco di Mazzarino (Tp), i nuovi minori rifugiati politici arrivati in citta' dal centro di prima accoglienza di Pian del lago di Caltanissetta ed ospiti dell'associazione ''I Girasoli''. Da 15 minori, ospiti allo stato attuale presso l'associazione ''I Girasoli'', si e' passati da giovedi' a trenta minori. ''Sono il vostro papa', il vostro tutor legale- ha detto il sindaco Vincenzo D'Asaro ai 15 minori- di tutto quello che farete ne rispondero' io, sono fiducioso in voi e speriamo che si possa aprire una nuova pagina della vostra vita, sicuramente qui troverete la giusta accoglienza''. 

Altri 15 MSNA ospiti a Mazzarino(TP)

Presentati al sindaco di Mazzarino (Tp), i nuovi minori rifugiati politici arrivati in citta' dal centro di prima accoglienza di Pian de...


L'accordo con il governo di Kuala Lumpur è naufragato. Lo scorso 8 agosto, l'Alta Corte d'Australia ha deciso la sospensione a tempo indeterminato dei trasferimenti di rifugiati verso la Malaysia, frutto di un controverso accordo tra i due Paesi per risolvere il problema dei flussi di migranti irregolari. Un duro colpo per la premier laburista Julia Gillard, ormai ai minimi della popolarità, e per il governo australiano che tenta da tempo di cavalcare soluzioni "deterrenti" che scoraggino i profughi a partire. La Malaysia, che non ha firmato la Convenzione di Ginevra per i rifugiati, avrebbe dovuto costituire l'ultima frontiera per i people-boat, impedendo lo sbarco in Australia. L'esternalizzazione della questione immigrazione, però, resta l'asse della politica nazionale. Così, dopo lo stop dell'Alta Corte, il governo di Canberra si è rivolto alla vicina Papua Nuova Guinea. Ieri, con la stretta di mano tra l'Alto commissario australiano in Papua Nuova Guinea Ian Kemish e il ministro degli Affari esteri e dell'immigrazione Ano Pala, si è conclusa la trattativa tra i due Paesi: in cambio di cospicue sovvenzioni, nell'isola di Manus sorgerà un nuovo centro di detenzione per richiedenti asilo.

Il progetto, però, non vedrà la luce prima di molte settimane, come confermato dal ministro dell'immigrazione australiano Chris Bowen alla radio Abc. Secondo il responsabile, inoltre, «nella struttura non si prevede alcun intervento di agenzie internazionali come l'Unhcr», l'Agenzia Onu per i rifugiati. L'importante è che «l'Australia giochi un ruolo nell'amministrazione del centro». Sull'isola di Manus, in realtà, era stata già costruito un centro di detenzione tra il 2001 e il 2004 durante il governo del premier austrialiano John Howard. Dieci anni dopo, la gestione dell'immigrazione illegale si è fatta di prima importanza nonostante i numeri degli arrivi siano irrisori rispetto alla popolazione dello Stato federale. Sono meno di duemila i visti concessi nei primi sei mesi di quest'anno dal governo australiano, mentre i tempi per la concessione dello status di protezione internazionale si sono enormemente allungati: il periodo di detenzione nei centri è passato dalla media del 2009 di 103 giorni, ai 316 dei primi sei mesi del 2011.

L'attesa si innalza a 413 giorni per i cittadini dello Sri Lanka. Secondo i dati del ministero dell'Immigrazione, nel 2010 sono arrivati in Australia 134 barconi, che trasportavano 6.535 persone. Fino all'aprile scorso, gli arrivi sono stati appena 16, per un totale di meno di mille persone. Si tratta di cittadini afgani, iraniani, pakistani e cinesi. Quest'ultimi, poi, in visibile crescita come ha dimostrato il recente Rapporto sui cinesi d'oltremare 2011, il cosiddetto libro blu, che ha individuato nell'Oceania la meta del 90 per cento degli immigrati del Colosso asiatico. Il traffico di esseri umani, inoltre, sta interessando un numero sempre più consistente di minori non accompagnati, spesso fatti partire su imbarcazioni il cui equipaggio è quasi esclusivamente composto da giovanissimi. Anche Amnesty international è intervenuta di recente per ridimensionare il problema: «Rispetto al resto del mondo, il problema dei migranti in Australia è veramente poca cosa, meno dell'1 per cento del totale dei profughi e i numeri sono in diminuzione».

Ciononostante, il trattamento riservato agli stranieri irregolari segue un modello che predilige l'alta concentrazione delle persone in luoghi circoscritti e che costa allo Stato oltre 800 milioni di dollari ogni anno. Sono 23 i centri di detenzione obbligatoria nati sul territorio, il più grande dei quali a Christmas Island, nell'Oceano indiano, in cui sono costrette quasi 800 persone, ben il doppio delle possibilità di capienza della struttura. In totale, al 30 giugno scorso, sono 6.403 gli immigrati chiusi in regime di detenzione in attesa di una risposta dalle commissioni che valutano le procedure d'asilo. Perfino il responsabile dell'Australian medical association, la maggiore associazione di medici del Paese, è finito su tutte le pagine dei quotidiani australiani per aver apertamente denunciato, durante una cena istituzionale alla Great hall del Parlamento, le disumane condizioni di detenzione nelle strutture. «Il sistema è intrinsicamente dannoso, specialmente per i minori», ha dichiarato Steve Hambleton di fronte all'uditorio di politici. Suicidi, atti di autolesionismo, disturbi fisici e psicologici sono sempre più frequenti e documentati nei report del personale medico. Secondo le testimonianze raccolte da Gerry Georgatos, medico e ricercatore, «le condizioni di detenzione dei migranti sono peggiori di quelle che si trovano nelle nostre prigioni». (TERRA)

Nei centri dei migranti è dramma per i bambini

L'accordo con il governo di Kuala Lumpur è naufragato. Lo scorso 8 agosto, l'Alta Corte d'Australia ha deciso la sospensione a...

Osman, nome fittizio, ha tredici anni ed è uno dei centinaia di minori stranieri non accompagnati che vengono «ospitati» nella ex base Loran a Lampedusa o nel Cara di contrada Imbriacola. La sua è una storia emblematica, che abbiamo raccolto tra le tante e che rappresenta, meglio di qualunque ragionamento politico, lo stato delle cose. Osman è di origine eritrea, e la sua famiglia lavorava a Tripoli da quando lui è nato. I genitori non gli hanno mai raccontato come fossero arrivati li, ma da alcuni accenni e ricordi di famiglia, affiora un viaggio pericoloso e difficile, in cui aveva perso la vita suo fratello maggiore. Ora quel viaggio mortale è toccato anche a lui, come una nemesi per non si sa quali colpe. Osman è arrivato in Italia dalla Libia una ventina di giorni fa, imbarcato a forza da qualcuno che voleva liberarsi della sua famiglia e spedirlo, come una «bomba biologica» dall'altra parte della costa. Osman non era solo all'inizio di questa drammatica avventura: aveva vicino il padre, che però è «scomparso» nel viaggio, mentre la madre è stata trattenuta in Libia, chissà dove. 
Quando gli si chiede la sua storia, ti dice che la tragica fine del padre non è stata causata dalle condizioni del viaggio, come per molti altri, bensì dal fatto che lo scafista lo abbia gettato in mare come esempio per gli altri «passeggeri». «Ma è un buon nuotatore si salverà», dice abbassando gli occhi. Al suo arrivo, dopo tre giorni di mare, stipato con altre 400 persone su un barcone fatiscente, è stato tratto a riva dalle Guardia costiera. Si ricorda che lo scafista ha gettato il navigatore satellitare in mare appena le motovedette li hanno avvistati, forse per non far capire da chi venivano le direttive per il viaggio. Dopo un sommario controllo sanitario sulla banchina è stato trasferito alla base di contrada Imbriacola, dove è stato identificato e poi trasferito alla ex base Loran, in questo posto circondato da filo spinato e guardato giorno e notte da personale di polizia o dell'esercito, che ha l'ordine di fare entrare solo le organizzazioni umanitarie preposte all'assistenza. Dopo l'identificazione e il trasferimento è partita la trafila umanitaria; i volontari delle organizzazioni non governative, o delle Nazioni Unite, lo hanno avvicinato ed hanno faticosamente conquistato la sua fiducia. 
Non è facile far capire ai ragazzi la differenza tra i ruoli ma, soprattutto, non è facile fargli capire che qualcuno stia ancora dalla loro parte. Dopo questo primo approccio, che è durato diversi giorni, superato il primo shock, Osman è stato informato dei suoi diritti, e sostenuto nelle scelte difficili che deve fare: vuole chiedere lo status di rifugiato politico? Sa cosa significa? È in grado di scrivere della sua condizione denunciando puntualmente le minacce alla sua vita? Sa che così facendo non potrà tornare in Libia? O vorrebbe tornare in Eritrea, dalla quale però la sua famiglia è fuggita ma lui non sa il perché? Oppure vuole semplicemente ritrovare qualche parente in Europa al quale chiedere l'affido? Sa che come minore straniero non accompagnato ha diritto a essere assistito ed a non essere rimpatriato? Ma sapere tutto questo non basta ad Osman; lui ha anche delle domande, e timidamente le pone: perché sono rinchiuso qui? Perché non posso uscire, ho commesso qualche reato? Cosa mi è successo? Perché ad un certo punto una pioggia di missili si sono abbattuti su Tripoli, perché ci hanno cacciato via? Se siete voi italiani che ci bombardate perché adesso non ci volete aiutare? Domande alle quali, in realtà, almeno parzialmente, vorrebbero poter rispondere centinaia di Comuni italiani, per disponibilità espressa formalmente anche dal Presidente dell'Anci, e che sarebbero disponibili ad attivare le loro reti di assistenza in favore di questi minori non accompagnati. Ma sulla strada di questa solidarietà dovuta, c'è un grosso problema: i fondi stanziati sono assicurati solo per quest'anno, e poi? E ancora, nell'immediato dell'emergenza sbarchi: solo pochissimi operatori hanno il diritto di assistere i minori, e dunque i tempi si allungano a dismisura e le loro domande restano inevase, spesso inascoltate, mettendo i ragazzi in uno stato di profonda frustrazione e di vera e propria deprivazione sensoriale, che li porta ad episodi di autolesionismo, di tentato suicidio, pur di «evadere» in qualche modo da queste prigioni senza nome, costretti come sono a fissare l'azzurro accecante del mare ed il dardeggiante del sole meridiano nel cielo, soli con i loro ricordi, senza poter uscire e reclusi senza aver commesso alcun reato. Raffaele K. Salinari(Presidente Terre des Hommes)

La storia di Oman, tredicenne eritreo ora a Lampedusa

Osman, nome fittizio, ha tredici anni ed è uno dei centinaia di minori stranieri non accompagnati che vengono «ospitati» nella ex base Lora...
Marsala in ordine di tempo è l'ultima destinazione delle “rotte migranti” dal Nord Africa. Nelle campagne di Petrosino, comune limitrofo a Marsala, sono stati bloccati 35 immigrati, di cui 10 minori e una donna, mentre almeno altri 15 hanno fatto perdere le proprie tracce. I minori rintracciati sono stati condotti nei due CIE di Trapani.

A
Pantelleria nella nottata del 17 Agosto, minisbarco sull'isola di Pantelleria dove sono arrivati dieci migranti tunisini condotti nella struttura “d'accoglienza” danneggiata da un incendio appiccato da alcuni nordafricani dopo l'ennesima protesta, come già scritto sulle pagine di questo blog, contro le disumane condizioni di “ACCOGLIENZA”.

Lampedusa 65 minori non accompagnati, su disposizione del soggetto attuatore per i minori, sono stati trasferiti a Porto Empedocle.
Positiva può essere considerata l'apertura di nuove strutture di accoglienza ma rimangono sempre lente le procedure di accoglienza, nonché e soprattutto inadeguate le condizioni di accoglienza, in primis, il centro di acccoglienza di Lampedusa.
Minoristranierinonaccompagnati.blogspot.com chiede alle autorità l'immediata sistemazione al di fuori di questi “CENTRI DI ACCOGLIENZA”, inadeguati a causa del sovraffollamento, della promiscuità tra minori e adulti e delle inadeguate condizioni igieniche registrate in questi giorni, oltre che essere contrari per tutti questi motivi alle norme sull'immigrazione.
I numeri dell'emergenza:
  • 575 i minori non accompagnati collocati nelle strutture di accoglienza temporanea sulla terraferma;
  • 1.726 trasferiti nelle comunità per minori di 12 regioni italiane;

Marsala, l'ultima destinazione in ordine di tempo....

Marsala in ordine di tempo è l'ultima destinazione delle “rotte migranti” dal Nord Africa. Nelle campagne di Petrosino, comune limitrofo...
http://tv.repubblica.it/dossier/emergenza-lampedusa-2010/lecce-bloccato-veliero-a-bordo-56-afgani/74323?video

La
GDF di Lecce ha scoperto nella giornata di ieri 56 migranti afghani stipati sottocoperta in una barca a vela diretta verso le coste salentine.I Migranti sono31 uomini, 14 donne e 11 ragazzi.

migranti afghani in barca a vela sulle coste salentine

http://tv.repubblica.it/dossier/emergenza-lampedusa-2010/lecce-bloccato-veliero-a-bordo-56-afgani/74323?video La GDF di Lecce ha scoperto...
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